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 Progettazione e Realizzazione di Orologi Solari 



Lavori

 

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La eridiana di an ristoforo
Ascoli Piceno

 
 
   
 
 

Fig. 1 - La meridiana di San Cristoforo oggi
(puoi cliccare sull’immagine per ingrandirla)

a chiesa di San Cristoforo sorge nel cuore del centro storico di Ascoli Piceno, a due passi dal Duomo e da piazza del Popolo. Già esistente alla fine del XIII sec., è collocata tra la stretta via d’Argillano (su cui prospetta la facciata quasi nascosta e s’apre il portale), la più ampia via Sacconi (che lambisce l’abside), e soprattutto corso Mazzini, la più lunga via del centro ed antico decumano massimo di Ascoli, che attraversa la città in direzione est-ovest: ed è su questa via che si distende il fianco sud della chiesa, ai piedi del quale giace la caratteristica Fonte dei Cani, e sulla cui parete spicca la nostra meridiana.

’aspetto odierno della Meridiana di San Cristoforo (fig. 1) è ben diverso da quello che l’orologio presentava fino al 1997.

Esposta per secoli all’inclemenza del tempo, sia meteorologico che cronologico (TEMPUS EDAX RERUM...), era stata lasciata sbiadire e deteriorarsi a tal punto che ormai non si leggeva quasi più (fig. 2).

Finché nella primavera del 1997 un’associazione cittadina (il Circolo Culturale J.F. Kennedy) insieme ai responsabili della chiesa (la Confraternita Orazione e Morte) decisero di agire proponendo un intervento ed incaricando il nostro studio di occuparsi dell’operazione.

Apparve subito chiaro che il dipinto, visto  il modesto valore artistico intrinseco dell’opera, viste le condizioni in cui versava, e, non ultima, vista l’entità dei fondi disponibili, non avrebbe richiesto né meritato un restauro complesso o raffinato, degno di ben altri manufatti, e di conseguenza ben più impegnativo. No, pur nel rispetto dell’esistente, avremmo proposto un intervento misto di restauro e rifacimento: restauro di tutto ciò che si poteva salvare, dell’intonaco e delle tinte recuperabili, e rifacimento di tutte le lacune della superficie ormai perse, ad integrazione del rimanente.

Così, redatto un progetto preliminare, approvato dal Comune, dalla Curia Vescovile e soprattutto dalla Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici delle Marche, l’intervento, finanziato da una banca, ha potuto prendere il via nell’ottobre dello stesso anno.

   
 
 

Fig. 2 - La meridiana di San Cristoforo prima dell’intervento

’operazione, programmata per svolgersi in un paio di settimane, si sarebbe sviluppata attraverso diverse fasi:

  1. innanzitutto avremmo svolto le ricerche di rito per trovare eventuali testimonianze e documenti storici sulla meridiana;

  2. quindi avremmo proceduto ad un accurato rilievo diretto dell’opera, o di ciò che ne rimaneva;

  3. poi avremmo effettuato i calcoli necessari al tracciamento delle linee dell’orologio, ormai svanite;

  4. in seguito avremmo effettuato i necessari prelievi degli intonaci e dei colori originali da usare come campioni per le integrazioni;

  5. infine avremmo dato il via all’intervento vero e proprio.

C.gif (2007 bytes)iò che fino a quel momento conoscevamo della meridiana era quello che da sempre si era visto dal basso, dalla strada, cioè da una distanza di 6-8 metri (fig. 2): una grande superficie sbiadita all’interno di una cornice quadrata, piena di rigonfiamenti, di crepe, di distacchi. Pochi gli elementi ancora leggibili: alcune tenui linee rosate, un’asta sporgente in alto, in basso la corona dell’orologio ad ore francesi con i numeri indo-arabi su fondo chiaro e l’interno più scuro, e lo gnomone triangolare. Il resto erano chiodi, ganci (oggetti estranei che abbiamo poi rimosso) e macchie, “sbavature” che potevano essere forse immaginate come tracce di altre linee: ma non potevamo per il momento azzardare ipotesi e rischiare di fare la figura di Schiaparelli coi “canali” di Marte...

   
 
 

Fig. 3 - Osservata da vicino l’asta isolata appariva circondata da “misteriose” incisioni…

Così salendo sui ponteggi appena montati ed osservando il dipinto da vicino, ecco la prima sorpresa: l’asta superiore, che appariva sporgere in alto perpendicolarmente alla parete ed isolata dal resto, non era piegata (era solo leggermente inclinata a causa di cedimenti del muro) e non appariva tronca, non sembrava cioè un’asta messa lì per altri motivi, magari originariamente più lunga, e poi accidentalmente o volontariamente spezzata.

No: aveva la punta smussata, lavorata, preparata cioè di quella lunghezza e arrotondata, poi fissata perpendicolarmente al muro con un motivo ben preciso. Aveva insomma tutto l’aspetto di uno gnomone! Ma dov’erano le linee?

Come appare abbastanza chiaramente dalla fig. 3, l’asta era infissa nel muro in corrispondenza di una linea orizzontale rossa molto sbiadita ma ancora chiaramente visibile, anche dalla strada, ma soprattutto era circondata da una raggiera di linee (non convergenti) la cui presenza era testimoniata non già da tracce di colore, ormai quasi del tutto svanito, ma da solchi incisi nell’intonaco che, come si usa ancora oggi, preludono al tracciamento vero e proprio delle linee con la vernice.

La loro disposizione ed il loro andamento le facevano appartenere inequivocabilmente alla tipologia degli orologi italici, e ciò, se confermato, significava che la meridiana di San Cristoforo non era una sola, quella inferiore di forma circolare ad ore francesi che tutti conoscevano, ma che erano due: una francese ed una italica, per l’appunto!

Rilevata la posizione delle linee italiche, o di ciò che ne rimaneva, ricostruimmo lo schema dell’orologio; quindi, misurato lo stilo e sulla base delle caratteristiche della parete e del luogo, calcolammo e disegnammo un orologio italico, come se avessimo dovuto progettarlo ex novo. I due schemi erano identici.

roseguendo col rilievo del resto dell’opera, misurammo l’orologio circolare francese, anch’esso molto deteriorato (fig. 4): l’interno dell’orologio presentava numerosi distacchi e rigonfiamenti, ma ciò non impediva di coglierne il colore scuro del fondo, originariamente una decisa tinta tra il grigio e il blu.

Ciò che invece si percepiva con difficoltà era la presenza di una raggiera di linee che convergevano alla sommità dello gnomone triangolare, quello che tecnicamente si definisce centro dell’orologio (non il centro geometrico della corona!).

   
 
 

Fig. 4 - Com’era l’orologio francese (nella parte superiore)

Anche queste linee francesi, come quelle italiche, apparivano ancora non tanto grazie alle tinte, quanto grazie ai solchi che ne delimitavano i bordi, solchi ancor meno marcati dei precedenti ma con ancora qualche velo di colore all’interno: era un grigio appena più chiaro del fondo.

Infine misurammo la “vela” triangolare dello gnomone: un prisma arrugginito, non pieno come sembrava, ma vuoto all’interno, costruito saldando insieme due lamiere triangolari e un bordo.

La sua forma, come la sua presenza in un orologio francese, facevano subito pensare ad uno stilo polare, cioè con l’ipotenusa parallela all’asse terrestre.

Due indizi contribuirono subito a rafforzare l’ipotesi: misurando la sua posizione rispetto alla parete (o meglio, rispetto ad un piano ad essa perpendicolare) constatammo che esso deviava verso ovest di un paio di gradi; allo stesso modo, rilevata la declinazione della parete (di cui avevamo controllato la verticalità), osservammo che essa declinava di 2.6° a est (la declinazione si può osservare anche ad occhio dalle foto delle figg. 1 e 6, prese frontalmente alla parete, ed in cui perciò è visibile, sebbene molto scorciato, il fianco orientale dello gnomone a vela).

Polarità quasi confermata, dunque.

Rimaneva da controllare l’angolo verticale, formato dall’ipotenusa del triangolo col cateto orizzontale: affinché fosse confermato il parallelismo tra l’ipotenusa e l’asse terrestre, e quindi la funzione di stilo polare dell’ipotenusa stessa, l’angolo in questione sarebbe dovuto essere uguale alla latitudine del luogo.

La latitudine è di 42.85° N, mentre l’angolo misurato tra ipotenusa e cateto è di 43.83°: quasi un grado di troppo, scarto dovuto sicuramente ad un leggero errore di costruzione, o sorto in seguito, chissà…

Pur trovandoci di fronte ad un errore, comunque, il dilemma è durato ben poco (Che fare? Raddrizzare il triangolo originale? Sostituirlo con uno nuovo? Accettare gli eventuali errori di uno o due minuti nel tempo segnato?): ragionandoci sopra ci siamo convinti che era inutile accanirsi su un errore di un grado e che era più giusto, anche per fedeltà storica, mantenere al suo posto lo gnomone originale, pulendolo, proteggendolo con un antiruggine e verniciandolo con uno smalto adeguato.

Così come per l’orologio italico anche per quello francese effettuammo un calcolo sulla base dei dati gnomonici rilevati che confermò sostanzialmente la disposizione delle linee orarie.

   
 
 

Fig. 5 - L’orologio italico come appare oggi

ontinuando l’esplorazione della superficie del dipinto avemmo conferma, come si vedeva dalla strada, che la linea rossa già incontrata in corrispondenza dello stilo italico non era la sola. Erano in tutto quattro le linee rosse presenti, ma senza una chiara funzione: tre rette (una orizzontale, una verticale, una obliqua, fig. 5) ed un arco, tutte tracciate a ridosso dell’orologio italico. La loro presenza, non giustificata da alcuna funzione gnomonica, come diremo più avanti, fa pensare piuttosto a linee di costruzione, tracciate e non più cancellate, anche se pare strano che venissero dipinte con tanta prepotente evidenza: di rosso e con una larghezza di quasi due centimetri.

Infine, a completare la descrizione del rilievo, riportiamo la presenza, inaspettata ma purtroppo anch’essa priva di un chiaro significato, di due scritte al di sopra della linea rossa orizzontale: EQVINOZIO ed EQVATORE. Quasi del tutto illeggibili (perlomeno dalla strada), purtroppo non dicono nulla e non hanno un senso dal punto di vista gnomonico: equinozio ed equatore, intesi come linee, si potrebbero sì considerare sinonimi dal punto di vista dei tracciatori di orologi solari (agli equinozi il Sole attraversa l’equatore celeste), ma come detto sopra non è questo il caso, né la posizione corretta per inserirle. Ma tant’è.

   
 
 

Fig. 6 - La meridiana ad ore francesi com’è oggi

Nessuna traccia invece del presunto motto che solitamente accompagna queste opere: spesso infatti le meridiane sono coronate da frasi, sentenze, proverbi, in italiano o in latino, che la dicono lunga sugli autori o sui committenti; frasi che invitano a riflettere, talvolta con ironia, sul significato del tempo e della vita. Ma nel nostro caso, purtroppo, non ne abbiamo trovato la minima traccia.

Ad abbracciare l’opera, come detto, tutt’intorno corre una cornice quadrata decorata ad ovoli e con effetto tridimensionale.

Dunque il rilievo era finalmente completo ed il quadro appariva molto più chiaro, in tutti i sensi: l’intervento vero e proprio poteva a quel punto iniziare materialmente.

Esso si è svolto con qualche difficoltà ed è durato due mesi invece delle due settimane previste, sia perché abbiamo avuto la sorpresa di un secondo orologio (quello italico non si conosceva) che ci ha piacevolmente portato via diversi giorni in più, sia perché le numerose integrazioni dell’intonaco col preesistente per mantenere il più possibile dell’originale hanno costituito una specie di puzzle che non finiva mai, sia perché le frequenti piogge autunnali rallentavano l’asciugatura dell’intonaco e delle tinte.
Nell’uso dei materiali abbiamo scelto intonaci e tinte a calce, più durevoli, affidabili, e tradizionalmente più consone a questi interventi; non sono state invece usate sostanze sintetiche, tranne il protettivo finale.

Fig. 7 - Un cartello turistico dà informazioni sull’orologio e sul suo “funzionamento”

oncludiamo con qualche riflessione.

Nonostante le ricerche d’archivio preliminari all’intervento, non abbiamo trovato testimonianze su nessuno dei due orologi di San Cristoforo. Possiamo solo immaginare che il più antico, quello italico, sia stato tracciato da un ignoto artefice, un “pintor di meridiane”, forse tra il XV e il XVIII sec., e che il più recente, quello francese, sia stato aggiunto forse nella seconda metà del XIX sec. Quello che pare certo è il nome del pittore che decorò la cornice che circonda i due orologi: si tratterebbe del Gabrielli, un pittore ottocentesco molto attivo nella zona.

   

SCHEDA TECNICA

Luogo

Lat.: 42°51'16" N; Long.: 13°34'45" E

Quadro

Incl.: 0° (verticale); Decl.: 2.6° E

Dim. cornice: 357×357 cm

Gnomone italico

Lungh. stilo (normale): 245 mm (Ø 16 mm)

Gnomone francese

Lungh. stilo (polare): 347 mm (spess. 10 mm)

Anno

1997

 
 

Notiamo comunque senza sorpresa che la posizione della più recente meridiana francese, inferiore rispetto all’italica e per questo svantaggiata a causa della minore esposizione alla luce nell’arco diurno, appare comunque obbligata se consideriamo che in alto, sopra alla prima, non c’era spazio per tracciarla, a causa della presenza di una finestra.

Riguardo alle linee rosse già descritte in precedenza (chiaramente visibili nell’insieme in fig. 1) dobbiamo escludere qualsiasi funzione cronometrica per dei semplici motivi. L’arco superiore non ha alcun significato (tutt’al più si può notare che il suo centro coincide quasi col centro dell’orologio francese, alla sommità della lama triangolare). La linea verticale non può essere la meridiana né dell’orologio italico, semmai fosse stata concepita, poiché troppo scostata dallo stilo (circa 5 cm, anziché 1 cm come da eventuale costruzione), né di quello francese per lo stesso motivo ed anche perché quest’ultimo... ce l’ha già: la linea delle ore 12! La linea obliqua, fortemente inclinata, non va confusa con la linea equinoziale, che se presente sarebbe quasi orizzontale (ricordiamo che la parete della chiesa declina infatti solo 2.6° a est). La linea orizzontale, infine, potrebbe essere l’unica ad acquistare un senso se la considerassimo, come del resto è, coincidente con la linea oraria del tramonto nell’orologio italico, e dunque con la linea dell’orizzonte.

In ogni modo, dopo il rifacimento finalmente gli orologi funzionano di nuovo, ma solo per sette-otto mesi all’anno (quello francese ancora meno), a causa degli edifici adiacenti, specie quello di fronte, più alto della chiesa, che in autunno e in inverno eclissa il sole tutto il giorno.

Riguardo alla funzione propriamente cronometrica, possiamo ribadire quanto già accennato sopra: i due orologi sono sostanzialmente precisi, se si tollera un'approssimazione di pochissimi minuti in entrambi, per i motivi già esposti. In particolare si può osservare la foto in fig. 1: scattata (volutamente) alle 10:06 di un 2 settembre, quando cioè l'ombra dello gnomone francese segnava esattamente le 9:00 locali vere, e valendo la correzione per quel giorno circa 5 minuti e mezzo (ottenibile dal grafico del cartello di fig. 7, che riporta l'equazione del tempo localizzata per la longitudine di Ascoli Piceno), otteniamo così le 9:06, che diventano le 10:06 considerando che era in vigore la cosiddetta ora “legale”. L'errore, se c'è, è inferiore al minuto! L'orologio italico, invece, segna le 14:35-14:38, quindi indica che mancherebbero 9 ore e 22-25 minuti al tramonto, cioè che il Sole tramonterebbe alle 19:28-19:31: il Sole in quella data (mediamente) tramonta però alle 19:33 (in Ascoli Piceno), con un errore quindi tra i 2 e i 5 minuti: non male per un orologio che funziona ininterrottamente da secoli!

Un’ultima annotazione sul cartello posto a corredo dell’opera: come si vede dalla fig. 7, la targa piazzata alla base della parete, sotto gli orologi, è il tipico cartello turistico, nella forma, nel colore, nello stile dei contenuti. Si tratta cioè di un cartello che svolge una funzione esplicativa, divulgativa, rivolto al pubblico non esperto di gnomonica, riportando i dati essenziali sull’opera più qualche spiegazione sul significato delle linee e sulla loro interpretazione.

Fig. 8 - Ascoli Piceno: la chiesa di San Cristoforo, tra corso Mazzini, via Sacconi e via d’Argillano

In particolare la didascalia dell’orologio italico spiega che le ore segnate dalla punta dell’ombra dello gnomone sono quelle mancanti al tramonto. Ovviamente, pur essendo vero, ad esempio, che quando la punta dell’ombra segna la linea numerata con 3 mancano 3 ore al tramonto, con questo non si vuole dire che quella è la 3ª ora italica (che invece sarebbe la 21ª, essendo trascorse 21 ore dall’ultimo tramonto): ci guarderemmo bene dal dichiarare una simile inesattezza!

Il cartello, pur non smentendo la natura italica delle linee reali tracciate sul quadrante (che peraltro non sono numerate!), suggerisce un’interpretazione, fornisce un aiuto nella lettura delle stesse.

Il cartello, come ripetiamo, è esplicativo, e una tale semplificazione ci sembra non solo tollerabile, ma addirittura doverosa.

La città di Ascoli dunque ha ritrovato un piccolo gioiello perduto, anzi due, e ci auguriamo che chiunque passi da queste parti (fig. 8) non manchi di venire a dargli un’occhiata.

S · O · L      O · M · N · I · B · V · S      L · V · C · E · T

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