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La eridiana di an ristoforo
Ascoli Piceno

 

Riporto qui sotto la replica alla quale sono stato costretto dopo l’infelice intervento sui giornali da parte di una persona che mi accusava di incompetenza...

 

Ascoli Piceno, 3 aprile 1999

Oggetto: Meridiana inesatta? Non direi.

Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici delle Marche
Piazza del Senato, 1 – 60121 Ancona

Comune di Ascoli Piceno
Piazza Arringo, 1 – 63100 Ascoli Piceno

Provincia di Ascoli Piceno
Piazza Simonetti, 36 – 63100 Ascoli Piceno

Fondazione CARISAP
Corso Mazzini, 190 – 63100 Ascoli Piceno

Circolo culturale J. F. Kennedy
Corso Mazzini, 37 – 63100 Ascoli Piceno

Confraternita Orazione e Morte
Via Sacconi, 67 – 63100 Ascoli Piceno

Curia Vescovile
Piazza Arringo, 27 – 63100 Ascoli Piceno

Il Messaggero
Via del Trivio, 1 – 63100 Ascoli Piceno

Il Resto del Carlino
Via Vidacilio, 17 – 63100 Ascoli Piceno

Corriere Adriatico
Corso Trento e Trieste, 9 – 63100 Ascoli Piceno

Corriere di Ascoli
Corso Mazzini, 185 – 63100 Ascoli Piceno

 

Giovedì 1 aprile (giorno di scherzi…) 1999 è apparsa sul Resto del Carlino, nella pagina di Ascoli, una lettera (anonima!) in cui il sottoscritto veniva accusato, in sostanza, di incompetenza nel proprio lavoro di architetto e di gnomonista da parte di un sedicente “cultore di gnomonica”, il quale, non molto educatamente, snocciolava una serie di “gravi errori” commessi secondo lui in occasione del restauro della Meridiana di San Cristoforo in Ascoli Piceno (Corso Mazzini, sopra alla Fonte dei Cani), da me progettato e diretto (ho poi scoperto che dietro l’anonimato si celava un otorinolaringoiatra chirurgo estetico, il cui nome taccio per... galanteria...).

Sentendomi così coinvolto da quelle aspre accuse mi è sembrato un mio diritto, ma anche mio dovere verso chi allora mi affidò quell’incarico, controbattere punto per punto e dimostrare l’infondatezza delle accuse stesse. Rimanderei al suddetto articolo quanti fossero interessati all’argomento, ricordando qui che parliamo di due orologi solari, dipinti abbinati sulla parete di una chiesa: un orologio ad ore italiche ed uno ad ore francesi (più avanti ne spiegherò il significato), che sono stati restaurati nel ’97.

1.Il mio accusatore inizia manifestando il proprio “disorientamento e sconcerto per le gravi e macroscopiche inesattezze, per i grossolani errori commessi”, secondo lui, “da chi ha idee molto confuse, farraginose e totalmente errate in fa tto di gnomonica”: ecco, questo sarei io…
Certo che se io ho idee molto confuse, anche lui non scherza, come vedremo.
Gli consiglierei in ogni caso dall’astenersi da giudizi a dir poco troppo affrettati, specie se espressi su realtà che egli ignora, non conoscendomi personalmente.

2.Il dottore prosegue chiedendosi se veramente l’orologio superiore, orologio italico, fosse tale anche prima del restauro, e non piuttosto un orologio babilonico, sospettando, non troppo velatamente a dir la verità, chissà quale contraffazione da me segretamente operata!
No, dico: scherziamo?
Sarebbe come, per fare un esempio, se un restauratore alle prese, che so, con una Natività in un affresco danneggiato e confuso, di fronte alla figura della Madonna dai lineamenti ormai poco leggibili decidesse arbitrariamente di sostituirla con un barbuto San Giuseppe, e di mettergli il Bambino in braccio, così, senza dir niente a nessuno!
Ripeto: scherziamo? Egli vuol sospettare una cosa del genere?!
Certo che l’orologio italico era tale anche prima del restauro, checché ne dicesse qualcuno! (Sentii altre castronerie simili all’epoca, pronunciate tra gli altri, da un altro medico, ma guarda un po’... un noto ex-pediatra, anch’egli sedicente studioso di arte e storia ascolana...)

La presenza delle linee italiche attorno allo gnomone, <i>prima</i> dell’interventoAmmetto che fosse difficile distinguere le linee dal basso, dalla strada, viste le condizioni dell’intonaco e delle tinte prima dell’intervento, anche per chi fosse dotato di vista acuta, e che fosse inutile anche l’uso di un binocolo o di un teleobiettivo.
No: le linee italiche c’erano ed apparivano inequivocabilmente solo se viste da vicino, come io ho potuto constatare salendo sull’impalcatura prima di iniziare il restauro.
Si poteva percepire solo la presenza delle incisioni originarie delle linee nell’intonaco, dopo che le tinte erano quasi del tutto svanite: effettuatone quindi un minuzioso rilievo, ne ho controllato la bontà eseguendone un ricalcolo, che l’ha confermata in pieno.
Per la cronaca: il sistema ad ore italiche, usato in Europa già a partire dal X secolo, ma consolidatosi in Italia, da cui il nome, divideva il giorno in 24 ore uguali contandole a partire dal tramonto del Sole (o mezz’ora dopo, secondo la tradizione biblica), fino al tramonto successivo. Grazie a questo sistema era immediatamente possibile per chiunque, dando un’occhiata all’orologio, sapere quante ore erano passate dall’ultimo tramonto, quello del giorno prima, e quindi quante ore di luce erano ancora a disposizione per le attività agricole ed urbane, prima del tramonto successivo.
Il radicarsi di questo sistema e di questi ritmi di vita nella tradizione popolare sopravvive ancora oggi in modi di dire come “il cappello sulle ventitrè”, cioè inclinato per riparare gli occhi dai raggi del Sole basso sull’orizzonte un’ora prima del tramonto (la ventitreesima ora del giorno, appunto), o in citazioni più colte come nei Promessi sposi, cap. 17º: “… nel momento che usciva di Gorgonzola, scoccassero le ventiquattro, e le tenebre che venivano innanzi …”, cioè al tramonto; oppure “Quando finalmente quel martello ebbe battuto undici tocchi, ch’era l’ora disegnata da Renzo per levarsi …”, cioè prima dell’alba.
Vorrei qui ricordare che queste ed altre spiegazioni, ben lungi dall’essere riservate ad un pubblico “colto”, furono invece da me divulgate a più riprese all’epoca del restauro, proprio a beneficio dei “profani” dei quali tanto si preoccupa, giustamente, il mio “collega” .
Apparvero diversi articoli sui quotidiani locali: il più valido forse, perché lungo e dettagliato, fu pubblicato dal Corriere di Ascoli sabato 24 gennaio 1998. Mi par di capire che il dottore se lo fosse perso, pertanto lo inviterei a procurarselo ed a leggerselo.

3.Più avanti il nostro amico mi accusa di aver commesso “il primo grossolano errore”: una volta restaurato l’orologio italico avrei scritto delle indicazioni sbagliate nel cartello esplicativo (di colore marrone, e non giallo come egli ripetutamente scrive: ma quale cartello ha visto…?) posto alla base della parete.

Il cartello turistico con le informazioni sull’orologio e sul suo “funzionamento”Il dottore mi ricorda, bontà sua, la natura delle ore italiche, solo che io, nella mia patetica ignoranza, avrei fatto confusione e le avrei scritte arbitrariamente, addirittura al contrario!
Nulla di vero, naturalmente.
Vorrei far notare all’esperto, dopo avergli dimostrato che conosco bene almeno quanto lui il significato di ora italica, che il cartello che riporta i numeri incriminati, è per l’appunto un cartello esplicativo, a beneficio dei passanti, dei turisti, dei curiosi, dei profani, che vogliano capire che cosa dice l’orologio italico: innanzitutto la dicitura lo descrive per quel che è, un orologio ad ore italiche, appunto (e fin qui nessun errore, direi…); poi, sotto, con uno schema esemplificativo mi permettevo di fornire un esempio di lettura di quelle “strane” linee, indicando con una numerazione in complemento a 24 le ore mancanti al tramonto, senza per questo smentire la natura di orologio italico, che mai e poi mai mi sognerei di non sottolineare.
In questo modo pensavo di semplificare, per il turista frettoloso o per il curioso digiuno di gnomonica, la comprensione dell’indicazione fornita dall’orologio: per esempio, quando la punta dell’ombra dello gnomone tocca la linea segnata col numero 5, mancano 5 ore al tramonto, oppure, a rigore, che ne sono trascorse 19 dal precedente: 19 ore italiche, appunto.
Ma vogliamo mettere quale indicazione sia più utile e facilmente comprensibile? Che mancano 5 ore al tramonto, o che ne sono trascorse 19 da quello del giorno prima?
È come quando nel linguaggio comune esprimendo l’ora diciamo che sono le quattro meno cinque, anziché le tre e cinquantacinque.
Ecco, se mi si può accusare di qualche colpa, potrebbe essere per quella di aver voluto semplificare il messaggio che un orologio italico comunica a chi lo osserva, specie se costui non se ne intende; di essermi voluto distaccare un tantino dall’aspetto rigoroso ed un po’ altero di una disciplina poco conosciuta come la gnomonica, e di averla voluta presentare in una forma, diversa ma equivalente in questo caso, evidenziando secondo qualcuno l’aspetto più pratico, più popolare.
È questo il “grossolano errore”?

4.Proseguendo nelle sue accuse il nostro si lascia andare ad un’altra insinuazione superficiale ed affrettata: mi accusa di aver arbitrariamente inserito le due scritte, EQVINOZIO ed EQVATORE, pur non avendo queste alcun significato.

I due orologi, l’italico ed il francese, nel loro complessoInnanzitutto ritengo di sapere bene che dal punto di vista gnomonico tali diciture non hanno alcun senso, specie in quella posizione (linea dell’orizzonte), potendo tali elementi tutt’al più essere considerati sinonimi se pensiamo che la linea de gli equinozi è quella che il Sole fa percorrere all’ombra quando esso attraversa l’equatore celeste (e che in nessun caso può essere confusa con la linea rossa obliqua che attraversa il quadrante, troppo inclinata vista la declinazione della parete).
Ad ogni modo vorrei ricordare a chi se ne fosse dimenticato che stiamo parlando di un restauro, non di un’opera nuova: quelle due scritte, come le linee italiche, erano quasi del tutto invisibili prima dell’intervento, quasi completamente svanite, ma pur sempre presenti nel dipinto, scoperte solo una volta che questo si è potuto toccare con mano, osservare da vicino: come è prassi in questi interventi si sono quindi dovute mantenere, ripristinandole, anche se non svolgono una funzione gnomonica.
O il mio accusatore avrebbe voluto che le cancellassi per sempre?!
(Anche in questo caso tutto ciò venne da me ampiamente spiegato sui giornali all’epoca: rimando pertanto al già citato articolo.)

5.Andando avanti il medico la dice davvero grossa: mi accusa di non aver evidenziato la presenza di un elemento così importante come la linea meridiana, cioè, secondo lui, la linea verticale rossa che attraversa al centro il quadrante.
Be’, non l’ho detto semplicemente perché… non è vero.
A parte il fatto che solitamente la meridiana è una caratteristica più degli orologi francesi che di quelli italici, la linea verticale non può essere in nessun caso la meridiana dell’orologio italico poiché troppo scostata dallo stilo: vista cioè la lunghezza dello gnomone, 24.5 cm, e la declinazione della parete, 2.6° est, la linea meridiana, se presente, dovrebbe trovarsi ad appena 1 cm dalla base dello stilo sulla destra e non a circa 10 cm!
Molto probabilmente invece si tratta di una linea di costruzione assolutamente priva d’importanza, come del resto le altre simili che attraversano il dipinto, che abbiamo però dovuto mantenere in quanto presenti.
Tutto qui.

6.A questo punto il nostro eroe incespica in un lapsus aritmetico assolutamente sublime!
Passando all’orologio francese che compare in basso nel dipinto (ricordo, come feci nel già citato articolo, che le ore cosiddette francesi sono simili a quelle che usiamo abitualmente, che si contano cioè a partire dalla mezzanotte, quindi per noi più familiari di quelle italiche) bisogna sapere che l’ora indicata dall’ombra dello gnomone triangolare, o meglio della sua ipotenusa, cioè dello spigolo inclinato, è la cosiddetta ora vera locale, che non è proprio la stessa ora civile a cui siamo abituati, a causa di periodici anticipi o ritardi del Sole rispetto al nostro tempo (a causa di meccanismi astronomici su cui sorvoliamo, e che il dottore conoscerà sicuramente...) e della nostra posizione geografica.

L’equazione del tempo “localizzata”Niente paura, però. Per correggere quella lettura è sufficiente effettuare due operazioni: una, la cosiddetta correzione-fuso, per compensare la differenza di longitudine tra il luogo dove sorge il nostro orologio ed il meridiano di riferimento (quello Etneo o dell’Europa centrale); l’altra, con la cosiddetta equazione del tempo, per compensare gli anticipi ed i ritardi del Sole, incostante rispetto al tempo medio civile che usiamo abitualmente.
Ora, entrambe queste correzioni si applicano molto semplicemente sommando o sottraendo all’ora letta sul quadrante un certo numero di minuti: i minuti della correzione-fuso sono sempre quasi 6 per la longitudine di Ascoli, mentre quelli dell’equazione del tempo variano durante l’anno m a sono gli stessi dappertutto e vanno da un massimo di circa 14 minuti da aggiungere a febbraio ad un minimo di circa 16 minuti da sottrarre a novembre.
Perciò se applico solo la correzione-fuso all’ora letta sul quadrante, aggiungendo 6 minuti ottengo l’ora vera del fuso, mentre se applico la sola equazione del tempo aggiungendo, ad esempio per questo periodo, 3 minuti ottengo l’ora media locale.
In nessun caso, però, ho trovato il tempo medio del fuso, cioè l’ora civile che usiamo nella vita di tutti i giorni: per ottenerlo devo applicare entrambe le correzioni, una dopo l’altra (non importa in che ordine, ovviamente).
Ora il problema è proprio questo: non è forse la stessa cosa aggiungere prima 6 minuti e poi 3 (o prima 3 e poi 6) o piuttosto aggiungerne direttamente 9, in un sol colpo…?!
Per fare un paragone, sarebbe come se ad un automobilista che mi chiedesse un’indicazione sul benzinaio più vicino rispondessi: “Prosegua sempre dritto per seicento metri, poi si fermi, faccia un bel respiro, poi riparta e prosegua per altri trecento metri”… Ancora una volta dunque ho preferito pensare al profano che osserva l’orologio.
Nel grafico che compare nel cartello incriminato (che, lo ricordo, ha la funzione di chiarire, di spiegare) fornisco proprio questa soluzione: applicare una sola correzione che le comprenda tutte e due, con un’equazione del tempo “localizzata” con una traslazione dell’asse di riferimento, per effettuare una sola somma o una sola sottrazione, invece di due in sequenza.
Di che si scandalizza il nostro dottore? Gli sembra forse troppo semplice?

7.Quindi il tono si addolcisce per un attimo, per fortuna, quando il nostro mi accusa di un peccato veniale: secondo lui, e qui posso dargli ragione, non è corretto parlare di “Meridiana di San Cristoforo”, ma sarebbe meglio parlare di “Orologi solari di San Cristoforo”.
Non tanto per l’uso del singolare, visto che gli orologi sono due, quanto per il significato della parola meridiana.
È talmente vero che io per primo, anche se lui non lo sa, me ne preoccupai quando nel più volte citato articolo, che nuovamente lo invito a procurarsi ed a leggere, iniziai proprio con questa premessa: “Il termine meridiana è improprio: comunemente quando si parla di meridiana si vuole indicare l’opera nel suo complesso, vale a dire l’intero orologio solare. In realtà la meridiana propriamente detta costituisce solo una parte dello schema: la linea meridiana è una retta tracciata sul piano dell’orologio, la cui funzione è solo quella di segnare il transito del Sole sul meridiano del luogo, cioè l’istante del mezzogiorno solare locale (ciò spiega l’etimologia, da meridies=mezzogiorno). Paradossalmente, però, a San Cristoforo è del tutto assente proprio la linea meridiana!
Poi concludevo così: “In ogni modo ci adegueremo al linguaggio popolare e chiameremo anche noi queste opere meridiane”.
A questo proposito, vorrei fargli notare, dato che probabilmente non ci avrà fatto caso, che nel cartello su cui tanto puntigliosamente egli si è soffermato, la dicitura principale è scritta “Meridiana di San Cristoforo”, con la parola “Meridiana” in corsivo, a voler indicare la dichiarata improprietà del termine, improprietà però normalmente tollerata ed usata anche dai più preparati gnomonisti, figuriamoci dal pubblico e dalla gente comune!

8.Infine vorrei tranquillizzare il mio accusatore, e quanti si fossero preoccupati delle sue insinuazioni finali: il rilievo della superficie della parete preliminare al restauro ha rivelato un’inclinazione verticale “media” di 0°, cioè una parete “mediamente” verticale, nel senso che la superficie non è, come si può immaginare, perfettamente liscia e piana come uno specchio, ma quasi; e che la declinazione orientale di 2.6° (due gradi e sei decimi, e non due gradi e sei primi, dottore!) è stata presa da due persone diverse, con due strumenti diversi (declinometri), in punti diversi, in tempi diversi, ed ogni volta ha fornito lo stesso valore!
Un caso? Forse.
Comunque l’approssimazione al decimo di grado è garantita, e non vorrà venirmi a dire che è insufficiente…!

In conclusione vorrei invitare il nostro medico a rivedere i suoi giudizi frettolosi e ad evitare in futuro l’aggressività dimostrata stavolta.

Inoltre spero di incontrarlo ai prossimi Seminari nazionali di Gnomonica (non sentendomi io qualificato a partecipare a quelli di otorinolaringoiatria o di chirurgia estetica!): nelle precedenti edizioni non ho avuto il piacere d’incontrarlo, anche se sono sicuro ch’egli fosse presente: perbacco, un cultore ed esperto come lui!...

Distinti saluti

Antonio Giorgi Architetto

 

S · O · L      O · M · N · I · B · V · S      L · V · C · E · T

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