Progettazione e Realizzazione di Orologi Solari


Esempi

La meridiana di San Cristoforo

Ascoli Piceno

La meridiana di San Cristoforo oggi

La chiesa di San Cristoforo sorge nel cuore del centro storico di Ascoli Piceno, a due passi dal Duomo e da piazza del Popolo. Già esistente alla fine del XIII sec., è collocata tra la stretta via d’Argillano (su cui prospetta la facciata quasi nascosta e s’apre il portale), la più ampia via Sacconi (che lambisce l’abside), e soprattutto corso Mazzini, la più lunga via del centro ed antico decumano massimo di Ascoli, che attraversa la città in direzione est-ovest: ed è su questa via che si distende il fianco sud della chiesa, ai piedi del quale giace la caratteristica Fonte dei Cani, e sulla cui parete spicca la nostra meridiana.

L’aspetto odierno della Meridiana di San Cristoforo (fig. 1) è ben diverso da quello che l’orologio presentava fino al 1997.

Esposta per secoli all’inclemenza del tempo, sia meteorologico che cronologico (tempus edax rerum…), era stata lasciata sbiadire e deteriorarsi a tal punto che ormai non si leggeva quasi più (fig. 2).

Finché nella primavera del 1997 un’associazione cittadina (il Circolo Culturale J.F. Kennedy) insieme ai responsabili della chiesa (la Confraternita Orazione e Morte) decisero di agire proponendo un intervento ed incaricando il nostro studio di occuparsi dell’operazione.

Apparve subito chiaro che il dipinto, visto il modesto valore artistico intrinseco dell’opera, viste le condizioni in cui versava e, non ultima, vista l’entità dei fondi disponibili, non avrebbe richiesto né meritato un restauro complesso o raffinato, degno di ben altri manufatti e di conseguenza ben più impegnativo. No, pur nel rispetto dell’esistente, avremmo proposto un intervento misto di restauro e rifacimento: restauro di tutto ciò che si poteva salvare, dell’intonaco e delle tinte recuperabili e rifacimento di tutte le lacune della superficie ormai perse, ad integrazione del rimanente.

Così, redatto un progetto preliminare, approvato dal Comune, dalla Curia Vescovile e dalla Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici delle Marche, l’intervento, finanziato da una banca, ha potuto prendere il via nell’ottobre dello stesso anno.

La meridiana di San Cristoforo com’era prima dell’intervento

L’operazione, programmata per svolgersi in un paio di settimane, si sarebbe sviluppata attraverso diverse fasi:

  1. innanzitutto avremmo svolto le ricerche di rito per trovare eventuali testimonianze e documenti storici sulla meridiana;
  2. quindi avremmo proceduto ad un accurato rilievo diretto dell’opera, o di ciò che ne rimaneva;
  3. poi avremmo effettuato i calcoli necessari al tracciamento delle linee dell’orologio, ormai svanite;
  4. in seguito avremmo effettuato i necessari prelievi degli intonaci e dei colori originali da usare come campioni per le integrazioni;
  5. infine avremmo dato il via all’intervento vero e proprio.

Ciò che fino a quel momento conoscevamo della meridiana era quello che da sempre si era visto dal basso, dalla strada, cioè da una distanza di 6-8 metri (fig. 2): una grande superficie sbiadita all’interno di una cornice quadrata, piena di rigonfiamenti, di crepe, di distacchi. Pochi gli elementi ancora leggibili: alcune tenui linee rosate, un’asta sporgente in alto, in basso la corona dell’orologio ad ore francesi con i numeri indo-arabi su fondo chiaro e l’interno più scuro, lo gnomone triangolare. Il resto erano chiodi, ganci (oggetti estranei che abbiamo poi rimosso) e macchie, “sbavature” che potevano essere forse immaginate come tracce di altre linee: ma non potevamo per il momento azzardare ipotesi e rischiare di fare la figura di Schiaparelli coi “canali” di Marte…

Osservata da vicino l’asta isolata appariva circondata da “misteriose” incisioni…
Così salendo sui ponteggi appena montati ed osservando il dipinto da vicino, ecco la prima sorpresa: l’asta superiore, che appariva sporgere in alto perpendicolarmente alla parete ed isolata dal resto, non era piegata (era solo leggermente inclinata a causa di cedimenti del muro) e non appariva tronca, non sembrava cioè un’asta messa lì per altri motivi, magari originariamente più lunga, e poi accidentalmente o volontariamente spezzata.

No: aveva la punta smussata, lavorata, preparata cioè di quella lunghezza e arrotondata, poi fissata perpendicolarmente al muro con un motivo ben preciso. Aveva insomma tutto l’aspetto di uno gnomone! Ma dov’erano le linee?

Come appare abbastanza chiaramente dalla fig. 3, l’asta era infissa nel muro in corrispondenza di una linea orizzontale rossa molto sbiadita ma ancora chiaramente visibile, anche dalla strada, ma soprattutto era circondata da una raggiera di linee (non convergenti) la cui presenza era testimoniata non già da tracce di colore, ormai quasi del tutto svanito, ma da solchi incisi nell’intonaco che, come si usa ancora oggi, preludono al tracciamento vero e proprio delle linee con la pittura.

La loro disposizione ed il loro andamento le facevano appartenere inequivocabilmente alla tipologia degli orologi italici, e ciò, se confermato, significava che la meridiana di San Cristoforo non era una sola, quella inferiore di forma circolare ad ore francesi che tutti conoscevano, ma che erano due: una francese ed una italica, per l’appunto!

Rilevata la posizione delle linee italiche, ricostruimmo lo schema dell’orologio; nell’occasione notammo che le estremità delle linee (o di ciò che ne rimaneva e che si poteva ancora percepire), sia quelle superiori sia quelle inferiori, descrivevano grosso modo degli archi, con le concavità rispettivamente verso l’alto e verso il basso, e che quelle inferiori erano segnate da dischetti colorati di rosso, sebbene sbiaditi. Di quest’annotazione tenemmo conto più avanti.

Così, misurato lo stilo e sulla base delle caratteristiche della parete e del luogo, calcolammo e disegnammo un orologio italico, come se avessimo dovuto progettarlo ex novo. I due schemi erano identici.

Proseguendo col rilievo del resto dell’opera, misurammo l’orologio circolare francese, anch’esso molto deteriorato (fig. 4): l’interno dell’orologio presentava numerosi distacchi e rigonfiamenti, ma ciò non impediva di coglierne il colore scuro del fondo, originariamente una decisa tinta tra il grigio e il blu.

Ciò che invece si percepiva con difficoltà era la presenza di una raggiera di linee che convergevano alla sommità dello gnomone triangolare, quello che tecnicamente si definisce centro dell’orologio (non il centro geometrico della corona!).

Com’era l’orologio francese (nella parte superiore)
Anche queste linee francesi, come quelle italiche, apparivano ancora non tanto grazie alle tinte, quanto grazie ai solchi che ne delimitavano i bordi, solchi ancor meno marcati dei precedenti ma con ancora qualche velo di colore all’interno: era un grigio appena più chiaro del fondo.

Infine misurammo la “vela” triangolare dello gnomone: un prisma arrugginito, non pieno come sembrava, ma vuoto all’interno, costruito saldando insieme due lamiere triangolari e un profilo.

La sua forma, come la sua presenza in un orologio francese, facevano subito pensare ad uno stilo polare, cioè con l’ipotenusa parallela all’asse terrestre.

Due indizi contribuirono subito a rafforzare l’ipotesi: misurando la sua posizione rispetto alla parete (o meglio, rispetto ad un piano ad essa perpendicolare) constatammo che esso deviava verso ovest di un paio di gradi; allo stesso modo, rilevata la declinazione della parete (di cui avevamo controllato la verticalità), osservammo che essa declinava di 2.6° a est (la declinazione si può osservare anche ad occhio dalle foto delle figg. 1 e 6, prese frontalmente alla parete, ed in cui perciò è visibile, sebbene molto scorciato, il fianco orientale dello gnomone a vela).

Polarità quasi confermata, dunque.

Rimaneva da controllare l’angolo verticale, formato dall’ipotenusa del triangolo col cateto orizzontale: affinché fosse confermato il parallelismo tra l’ipotenusa e l’asse terrestre, e quindi la funzione di stilo polare dell’ipotenusa stessa, l’angolo in questione sarebbe dovuto essere uguale alla latitudine del luogo.

La latitudine è di 42.85° N, mentre l’angolo misurato tra ipotenusa e cateto è di 43.83°: quasi un grado di troppo, scarto dovuto sicuramente ad un leggero errore di costruzione, o sorto in seguito, chissà…

Pur trovandoci di fronte ad un errore, comunque, il dilemma è durato ben poco (Che fare? Raddrizzare il triangolo originale? Sostituirlo con uno nuovo? Accettare gli eventuali errori di uno o due minuti nel tempo segnato?): ragionandoci sopra ci siamo convinti che era inutile accanirsi su un errore di un grado e che era più giusto, anche per fedeltà storica, mantenere al suo posto lo gnomone originale, pulendolo, proteggendolo con un antiruggine e verniciandolo con uno smalto adeguato.

Così come per l’orologio italico anche per quello francese effettuammo un calcolo sulla base dei dati gnomonici rilevati che confermò sostanzialmente la disposizione delle linee orarie.

L’orologio italico come appare oggi
Continuando l’esplorazione della superficie del dipinto avemmo conferma, come si vedeva dalla strada, che la linea rossa già incontrata in corrispondenza dello stilo italico non era la sola. Erano in tutto quattro le linee rosse presenti, ma senza una chiara funzione: tre rette (una orizzontale, una verticale, una obliqua, fig. 5) ed un arco, tutte tracciate a ridosso dell’orologio italico. La loro presenza, non giustificata da alcuna funzione gnomonica, come diremo più avanti, fa pensare piuttosto a linee di costruzione, tracciate e non più cancellate, anche se pare strano che venissero dipinte con tanta prepotente evidenza: di rosso e con una larghezza di quasi due centimetri…

Infine, a completare la descrizione del rilievo, riportiamo la presenza, inaspettata ma purtroppo anch’essa priva di un chiaro significato, di due scritte al di sopra della linea rossa orizzontale: EQVINOZIO ed EQVATORE. Quasi del tutto illeggibili (perlomeno dalla strada), purtroppo non dicono nulla e non hanno un senso dal punto di vista gnomonico: equinozio ed equatore, intesi come linee, si potrebbero sì considerare sinonimi dal punto di vista dei tracciatori di orologi solari (agli equinozi il Sole attraversa l’equatore celeste), ma come detto sopra non è questo il caso, né la posizione corretta per inserirle. Ma tant’è.

La meridiana ad ore francesi com’è oggi
Nessuna traccia invece di un eventuale motto che solitamente accompagna queste opere: spesso infatti le meridiane sono coronate da frasi, sentenze, proverbi, in italiano o in latino, che la dicono lunga sugli autori o sui committenti; frasi che invitano a riflettere, talvolta con ironia, sul significato del tempo e della vita. Ma nel nostro caso, purtroppo, non ne abbiamo trovato la minima traccia.

Ad abbracciare l’opera, come detto, tutt’intorno corre una cornice quadrata decorata ad ovoli e con effetto tridimensionale.

Dunque il rilievo era finalmente completo ed il quadro appariva molto più chiaro, in tutti i sensi: l’intervento vero e proprio poteva a quel punto iniziare materialmente.

Esso si è svolto con qualche difficoltà ed è durato due mesi invece delle due settimane previste, sia perché abbiamo avuto la sorpresa di un secondo orologio (quello italico non si conosceva) che ci ha piacevolmente portato via diversi giorni in più, sia perché le numerose integrazioni dell’intonaco per mantenere il più possibile dell’originale hanno costituito una specie di puzzle che non finiva mai, sia perché le frequenti piogge autunnali rallentavano l’asciugatura dell’intonaco e delle tinte.

Nell’uso dei materiali abbiamo scelto intonaci e tinte a calce, più durevoli, affidabili, e tradizionalmente più consone a questi interventi; non sono state invece usate sostanze sintetiche, tranne il protettivo finale.

Un cartello turistico fornisce informazioni sugli orologi e sul loro “funzionamento”
Concludiamo con qualche riflessione.

Nonostante le ricerche d’archivio preliminari all’intervento, non abbiamo trovato testimonianze su nessuno dei due orologi di San Cristoforo. Possiamo solo immaginare che il più antico, quello italico, sia stato tracciato da un ignoto artefice, un “pintor di meridiane”, forse tra il XV e il XVIII sec., e che il più recente, quello francese, sia stato aggiunto forse nella seconda metà del XIX sec. Quello che pare certo è il nome del pittore che decorò la cornice che circonda i due orologi: si tratterebbe del Gabrielli, un pittore ottocentesco molto attivo nella zona.

Notiamo comunque senza sorpresa che la posizione della più recente meridiana francese, inferiore rispetto all’italica e per questo svantaggiata a causa della minore esposizione alla luce nell’arco diurno, appare comunque obbligata se consideriamo che in alto, sopra alla prima, non c’era spazio per tracciarla, a causa della presenza di una finestra.

Riguardo alle linee italiche, come abbiamo accennato sopra, la loro estensione era probabilmente contenuta all’interno della fascia zodiacale, entro la quale per forza di cose si muove durante l’anno l’estremità dell’ombra dello gnomone, che è il riferimento da guardare per conoscere l’ora: dunque se le estremità delle linee descrivevano le iperboli solstiziali, come non si può escludere che fosse, abbiamo (ri-)proposto quel tracciamento, (ri-)dando così all’orologio anche una implicita funzione di calendario stagionale, affidando alle estremità delle linee stesse la descrizione delle curve solstiziali invernale (sopra) ed estiva (sotto) ed “immaginando” la linea equinoziale primaverile-autunnale con delle interruzioni di 1 cm lungo le linee stesse (fig. 5).

Per quanto concerne le linee rosse già descritte in precedenza (chiaramente visibili nell’insieme in fig. 1) dobbiamo escludere qualsiasi funzione cronometrica per dei semplici motivi. L’arco superiore non ha alcun significato (tutt’al più si può notare che il suo centro coincide quasi col centro dell’orologio francese, alla sommità della lama triangolare). La linea verticale non può essere la meridiana né dell’orologio italico, semmai fosse stata concepita, poiché troppo scostata dallo stilo (circa 5 cm, anziché 1 cm come da eventuale costruzione), né di quello francese per lo stesso motivo ed anche perché quest’ultimo… ce l’ha già: la linea delle ore 12! La linea obliqua, fortemente inclinata, non va confusa con la linea equinoziale, che se presente sarebbe quasi orizzontale (ricordiamo che la parete della chiesa declina infatti solo 2.6° a est). La linea orizzontale, infine, potrebbe essere l’unica ad acquistare un senso se la considerassimo, come del resto è, coincidente con la linea oraria del tramonto nell’orologio italico, e dunque con la linea dell’orizzonte.

In ogni modo, dopo il rifacimento finalmente gli orologi funzionano di nuovo, ma solo per sette-otto mesi all’anno (quello francese ancora meno), a causa degli edifici adiacenti, specie quello di fronte, più alto della chiesa, che in autunno e in inverno eclissa il sole tutto il giorno.

Riguardo alla funzione propriamente cronometrica, possiamo ribadire quanto già accennato sopra: i due orologi sono sostanzialmente precisi, se si tollera un’approssimazione di pochissimi minuti in entrambi, per i motivi già esposti. In particolare si può osservare la foto in fig. 1: scattata (volutamente) alle 10:06 di un 2 settembre, quando cioè l’ombra dello gnomone francese segnava esattamente le 9:00 locali vere, e valendo la correzione per quel giorno circa 5 minuti e mezzo (ottenibile dal grafico del cartello di fig. 7, che riporta l’equazione del tempo localizzata per la longitudine di Ascoli Piceno), otteniamo così le 9:06, che diventano le 10:06 considerando che era in vigore la cosiddetta ora “legale”. L’errore, se c’è, è inferiore al minuto! L’orologio italico, invece, segna le 14:35-14:38, quindi indica che mancherebbero 9 ore e 22-25 minuti al tramonto, cioè che il Sole tramonterebbe alle 19:28-19:31: il Sole in quella data (mediamente) tramonta però alle 19:33 (in Ascoli Piceno), con un errore quindi tra i 2 e i 5 minuti: non male per un orologio che funziona ininterrottamente da secoli!

Un’ultima annotazione sul cartello posto a corredo dell’opera: come si vede dalla fig. 7, la targa piazzata alla base della parete, sotto gli orologi, è il tipico cartello turistico, nella forma, nel colore, nello stile dei contenuti. Si tratta cioè di un cartello che svolge una funzione esplicativa, informativa, divulgativa, rivolto al pubblico non esperto di gnomonica, riportando i dati essenziali sull’opera più qualche spiegazione sul significato delle linee e sulla loro interpretazione.

SCHEDA TECNICA
Luogo Latitudine: 42°51'18.7" N
Longitudine: 13°34'44.2" E
Quadro Inclinazione: (verticale)
Declinazione: 2.6° E (sud-orientale)
Misure cornice: 357×357 cm
Gnomone italico Lunghezza: 245 mm
Spessore (Ø): 16 mm
Gnomone francese Lunghezza: 347 mm
Spessore: 10 mm
Funzioni
  • Orologio ad ore italiche
  • Orologio ad ore moderne vere locali
  • Equazione del tempo localizzata
  • Calendario stagionale
Anno 1997

(Si noti che le coordinate geografiche riportate sul cartello sono inesatte — solo pochissimi secondi d’arco di differenza, assolutamente irrilevanti ai fini gnomonici! — ma così furono acquisite all’epoca, da una carta topografica, con le inevitabili approssimazioni intrinseche di quel metodo: oggi, rilevate col GPS o ricavate da siti con cartografia aerofotogrammetrica o satellitare, sono ottenibili con una certa precisione in più e sono quelle riportate nella scheda tecnica qui pubblicata.)

In particolare la didascalia dell’orologio italico spiega che le ore segnate dalla punta dell’ombra dello gnomone sono quelle mancanti al tramonto. Ovviamente, pur essendo vero, ad esempio, che quando la punta dell’ombra segna la linea numerata con 3 mancano 3 ore al tramonto, con questo non si vuole dire che quella è la 3ª ora italica (che invece sarebbe la 21ª, essendo trascorse 21 ore dall’ultimo tramonto): ci guarderemmo bene dal dichiarare una simile inesattezza!

Il cartello, pur non smentendo la natura italica delle linee reali tracciate sul quadrante (che peraltro non sono numerate!), suggerisce un’interpretazione, fornisce un aiuto nella lettura delle stesse.

Il cartello, come ripetiamo, è esplicativo, e una tale semplificazione ci sembra non solo tollerabile, ma addirittura doverosa.

La città di Ascoli dunque ha ritrovato un piccolo gioiello perduto, anzi due, e ci auguriamo che chiunque passi da queste parti non manchi di venire a dargli un’occhiata.

S·O·L O·M·N·I·B·V·S L·V·C·E·T


~ Appendice ~

Riporto qui sotto la replica alla quale sono stato costretto dopo l’infelice intervento sui giornali da parte di una persona che mi accusava di incompetenza…

Ascoli Piceno, 3 aprile 1999

Oggetto: Meridiana inesatta? Non direi.

Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici delle Marche
Piazza del Senato, 1 – 60121 Ancona

Comune di Ascoli Piceno
Piazza Arringo, 1 – 63100 Ascoli Piceno

Provincia di Ascoli Piceno
Piazza Simonetti, 36 – 63100 Ascoli Piceno

Fondazione CARISAP
Corso Mazzini, 190 – 63100 Ascoli Piceno

Circolo culturale J.F. Kennedy
Corso Mazzini, 37 – 63100 Ascoli Piceno

Confraternita Orazione e Morte
Via Sacconi, 67 – 63100 Ascoli Piceno

Curia Vescovile
Piazza Arringo, 27 – 63100 Ascoli Piceno

Il Messaggero
Via del Trivio, 1 – 63100 Ascoli Piceno

Il Resto del Carlino
Via Vidacilio, 17 – 63100 Ascoli Piceno

Corriere Adriatico
Corso Trento e Trieste, 9 – 63100 Ascoli Piceno

Corriere di Ascoli
Corso Mazzini, 185 – 63100 Ascoli Piceno

 

Giovedì 1 aprile (giorno di scherzi…) 1999 è apparsa sul Resto del Carlino, nella pagina di Ascoli, una lettera (anonima!) in cui il sottoscritto veniva accusato, in sostanza, di incompetenza nel proprio lavoro di architetto e di gnomonista da parte di un sedicente “cultore di gnomonica”, il quale, non molto educatamente, snocciolava una serie di “gravi errori” commessi secondo lui in occasione del restauro della Meridiana di San Cristoforo in Ascoli Piceno (Corso Mazzini, sopra alla Fonte dei Cani), da me progettato e diretto (ho poi scoperto che dietro l’anonimato si celava un otorinolaringoiatra chirurgo estetico, il cui nome taccio per… galanteria…).

Sentendomi così coinvolto da quelle aspre accuse mi è sembrato un mio diritto, ma anche mio dovere verso chi allora mi affidò quell’incarico, controbattere punto per punto e dimostrare l’infondatezza delle accuse stesse. Rimanderei al suddetto articolo quanti fossero interessati all’argomento, ricordando qui che parliamo di due orologi solari, dipinti abbinati sulla parete di una chiesa: un orologio ad ore italiche ed uno ad ore francesi (più avanti ne spiegherò il significato), che sono stati restaurati nel ’97.

  1. Il mio accusatore inizia manifestando il proprio “disorientamento e sconcerto per le gravi e macroscopiche inesattezze, per i grossolani errori commessi”, secondo lui, “da chi ha idee molto confuse, farraginose e totalmente errate in fatto di gnomonica”: ecco, questo sarei io…
    Certo che se io ho idee molto confuse, anche lui non scherza, come vedremo.
    Gli consiglierei in ogni caso dall’astenersi da giudizi a dir poco troppo affrettati, specie se espressi su realtà che egli ignora, non conoscendomi personalmente.
  2. Il dottore prosegue chiedendosi se veramente l’orologio superiore, orologio italico, fosse tale anche prima del restauro, e non piuttosto un orologio babilonico, sospettando, non troppo velatamente a dir la verità, chissà quale contraffazione da me segretamente operata!
    No, dico: scherziamo?
    Sarebbe come, per fare un esempio, se un restauratore alle prese, che so, con una Natività in un affresco danneggiato e confuso, di fronte alla figura della Madonna dai lineamenti ormai poco leggibili decidesse arbitrariamente di sostituirla con un barbuto San Giuseppe, e di mettergli il Bambino in braccio, così, senza dir niente a nessuno!
    Ripeto: scherziamo? Egli vuol sospettare una cosa del genere?!
    Certo che l’orologio italico era tale anche prima del restauro, checché ne dicesse qualcuno! (Sentii altre castronerie simili all’epoca, pronunciate tra gli altri, da un altro medico, ma guarda un po’… un noto ex-pediatra, anch’egli sedicente studioso di arte e storia ascolana…)
    La presenza delle linee italiche attorno allo gnomone, prima dell’intervento
    Ammetto che fosse difficile distinguere le linee dal basso, dalla strada, viste le condizioni dell’intonaco e delle tinte prima dell’intervento, anche per chi fosse dotato di vista acuta, e che fosse inutile anche l’uso di un binocolo o di un teleobiettivo.
    No: le linee italiche c’erano ed apparivano inequivocabilmente solo se viste da vicino, come io ho potuto constatare salendo sull’impalcatura prima di iniziare il restauro.
    Si poteva percepire solo la presenza delle incisioni originarie delle linee nell’intonaco, dopo che le tinte erano quasi del tutto svanite: effettuatone quindi un minuzioso rilievo, ne ho controllato la bontà eseguendone un ricalcolo, che l’ha confermata in pieno.
    Per la cronaca: il sistema ad ore italiche, usato in Europa già a partire dal XIV secolo, ma consolidatosi in Italia, da cui il nome, divideva il giorno in 24 ore uguali contandole a partire dal tramonto del Sole (o mezz’ora dopo, secondo la tradizione biblica), fino al tramonto successivo. Grazie a questo sistema era immediatamente possibile per chiunque, dando un’occhiata all’orologio, sapere quante ore erano passate dall’ultimo tramonto, quello del giorno prima, e quindi quante ore di luce erano ancora a disposizione per le attività agricole ed urbane, prima del tramonto successivo.
    Il radicarsi di questo sistema e di questi ritmi di vita nella tradizione popolare sopravvive ancora oggi in modi di dire come “il cappello sulle ventitrè”, cioè inclinato per riparare gli occhi dai raggi del Sole basso sull’orizzonte un’ora prima del tramonto (la ventitreesima ora del giorno, appunto), o in citazioni più colte come nei Promessi sposi, cap. 17º: “… nel momento che usciva di Gorgonzola, scoccassero le ventiquattro, e le tenebre che venivano innanzi …”, cioè al tramonto; oppure “Quando finalmente quel martello ebbe battuto undici tocchi, ch’era l’ora disegnata da Renzo per levarsi …”, cioè prima dell’alba.
    Vorrei qui ricordare che queste ed altre spiegazioni, ben lungi dall’essere riservate ad un pubblico “colto”, furono invece da me divulgate a più riprese all’epoca del restauro, proprio a beneficio dei “profani” dei quali tanto si preoccupa, giustamente, il mio “collega”.
    Apparvero diversi articoli sui quotidiani locali: il più valido forse, perché lungo e dettagliato, fu pubblicato dal Corriere di Ascoli sabato 24 gennaio 1998. Mi par di capire che il dottore se lo fosse perso, pertanto lo inviterei a procurarselo ed a leggerselo.
  3. Più avanti il nostro amico mi accusa di aver commesso “il primo grossolano errore”: una volta restaurato l’orologio italico avrei scritto delle indicazioni sbagliate nel cartello esplicativo (di colore marrone, e non giallo come egli ripetutamente scrive: ma quale cartello ha visto…?) posto alla base della parete.
    Il cartello turistico con le informazioni sull’orologio e sul suo “funzionamento”
    Il dottore mi ricorda, bontà sua, la natura delle ore italiche, solo che io, nella mia patetica ignoranza, avrei fatto confusione e le avrei scritte arbitrariamente, addirittura al contrario!
    Nulla di vero, naturalmente.
    Vorrei far notare all’esperto (dopo avergli dimostrato che conosco bene almeno quanto lui il significato di ora italica) che il cartello che riporta i numeri incriminati è per l’appunto un cartello esplicativo, a beneficio dei passanti, dei turisti, dei curiosi, dei profani, che vogliano capire che cosa dice l’orologio italico: innanzitutto la dicitura descrive lo strumento per quel che è, un orologio ad ore italiche, appunto (e fin qui nessun errore, direi…), delle cui “strane” linee mi permettevo poi di fornire un esempio di lettura indicando con una numerazione in complemento a 24 le ore mancanti al tramonto, senza per questo smentire la natura di orologio italico dello strumento, che mai e poi mai mi sognerei di non sottolineare.
    In questo modo pensavo di semplificare, per il turista frettoloso o per il curioso digiuno di gnomonica, la comprensione dell’indicazione fornita dall’orologio: per esempio, quando la punta dell’ombra dello gnomone tocca la linea segnata col numero 5, mancano 5 ore al tramonto, oppure, a rigore, che ne sono trascorse 19 dal precedente: 19 ore italiche, appunto.
    Ma vogliamo mettere quale indicazione sia più utile e facilmente comprensibile? Che mancano 5 ore al tramonto, o che ne sono trascorse 19 da quello del giorno prima?
    È come quando nel linguaggio comune esprimendo l’ora diciamo che sono le quattro meno cinque, anziché le tre e cinquantacinque.
    Ecco, se mi si può accusare di qualche colpa, potrebbe essere per quella di aver voluto semplificare il messaggio che un orologio italico comunica a chi lo osserva, specie se costui non se ne intende; di essermi voluto distaccare un tantino dall’aspetto rigoroso ed un po’ altero di una disciplina poco conosciuta come la gnomonica, e di averla voluta presentare in una forma, diversa ma equivalente in questo caso, evidenziando secondo qualcuno l’aspetto più pratico, più popolare.
    È questo il “grossolano errore”?
  4. Proseguendo nelle sue accuse il nostro si lascia andare ad un’altra insinuazione superficiale ed affrettata: mi accusa di aver arbitrariamente inserito le due scritte, EQVINOZIO ed EQVATORE, pur non avendo queste alcun significato.
    I due orologi, l’italico ed il francese, nel loro complesso
    Innanzitutto ritengo di sapere bene che dal punto di vista gnomonico tali diciture non hanno alcun senso, specie in quella posizione (linea dell’orizzonte), potendo tali elementi tutt’al più essere considerati sinonimi se pensiamo che la linea degli equinozi è quella che il Sole fa percorrere all’ombra quando esso attraversa l’equatore celeste (e che in nessun caso può essere confusa con la linea rossa obliqua che attraversa il quadrante, troppo inclinata vista la declinazione della parete).
    Ad ogni modo vorrei ricordare a chi se ne fosse dimenticato che stiamo parlando di un restauro, non di un’opera nuova: quelle due scritte, come le linee italiche, erano quasi del tutto invisibili prima dell’intervento, quasi completamente svanite, ma pur sempre presenti nel dipinto, scoperte solo una volta che questo si è potuto toccare con mano, osservare da vicino: come è prassi in questi interventi si sono quindi dovute mantenere, ripristinandole, anche se non svolgono una funzione gnomonica.
    O il mio accusatore avrebbe voluto che le cancellassi per sempre?!
    (Anche in questo caso tutto ciò venne da me ampiamente spiegato sui giornali all’epoca: rimando pertanto al già citato articolo.)
  5. Andando avanti il medico la dice davvero grossa: mi accusa di non aver evidenziato la presenza di un elemento così importante come la linea meridiana, cioè, secondo lui, la linea verticale rossa che attraversa al centro il quadrante.
    Be’, non l’ho detto semplicemente perché… non è vero.
    A parte il fatto che solitamente la meridiana è una caratteristica più degli orologi francesi che di quelli italici, la linea verticale non può essere in nessun caso la meridiana dell’orologio italico poiché troppo scostata dallo stilo: vista cioè la lunghezza dello gnomone, 24.5 cm, e la declinazione della parete, 2.6° est, la linea meridiana, se presente, dovrebbe trovarsi ad appena 1 cm dalla base dello stilo sulla destra e non a circa 10 cm!
    Molto probabilmente invece si tratta di una linea di costruzione assolutamente priva d’importanza, come del resto le altre simili che attraversano il dipinto, che abbiamo però dovuto mantenere in quanto presenti.
    Tutto qui.
  6. A questo punto il nostro eroe incespica in un lapsus aritmetico assolutamente sublime!
    Passando all’orologio francese che compare in basso nel dipinto (ricordo, come feci nel già citato articolo, che le ore cosiddette francesi sono simili a quelle che usiamo abitualmente, che si contano cioè a partire dalla mezzanotte, quindi per noi più familiari di quelle italiche) bisogna sapere che l’ora indicata dall’ombra dello gnomone triangolare, o meglio della sua ipotenusa, cioè dello spigolo inclinato, è la cosiddetta ora vera locale, che non è proprio la stessa ora civile a cui siamo abituati, a causa di periodici anticipi o ritardi del Sole rispetto al nostro tempo (a causa di meccanismi astronomici su cui sorvoliamo, che il dottore conoscerà sicuramente…) e della nostra posizione geografica.
    L’equazione del tempo “localizzata”
    Niente paura, però. Per correggere quella lettura è sufficiente effettuare due operazioni: una, la cosiddetta correzione-fuso, per compensare la differenza di longitudine tra il luogo dove sorge il nostro orologio ed il meridiano di riferimento (quello Etneo o dell’Europa centrale); l’altra, con la cosiddetta equazione del tempo, per compensare gli anticipi ed i ritardi del Sole, incostante rispetto al tempo medio civile che usiamo abitualmente.
    Ora, entrambe queste correzioni si applicano molto semplicemente sommando o sottraendo all’ora letta sul quadrante un certo numero di minuti: i minuti della correzione-fuso sono sempre quasi 6 per la longitudine di Ascoli, mentre quelli dell’equazione del tempo variano durante l’anno ma sono gli stessi dappertutto e vanno da un massimo di circa 14 minuti da aggiungere a febbraio ad un minimo di circa 16 minuti da sottrarre a novembre.
    Perciò se applico solo la correzione-fuso all’ora letta sul quadrante, aggiungendo 6 minuti ottengo l’ora vera del fuso, mentre se applico la sola equazione del tempo aggiungendo, ad esempio per questo periodo, 3 minuti ottengo l’ora media locale.
    In nessun caso, però, ho trovato il tempo medio del fuso, cioè l’ora civile che usiamo nella vita di tutti i giorni: per ottenerlo devo applicare entrambe le correzioni, una dopo l’altra (non importa in che ordine, ovviamente).
    Ora il problema è proprio questo: non è forse la stessa cosa aggiungere prima 6 minuti e poi 3 (o prima 3 e poi 6) o piuttosto aggiungerne direttamente 9, in un sol colpo…?!
    Per fare un paragone, sarebbe come se ad un automobilista che mi chiedesse un’indicazione sul benzinaio più vicino rispondessi: “Prosegua sempre dritto per seicento metri, poi si fermi, faccia un bel respiro, poi riparta e prosegua per altri trecento metri”… Ancora una volta dunque ho preferito pensare al profano che osserva l’orologio.
    Nel grafico che compare nel cartello incriminato (che, lo ricordo, ha la funzione di chiarire, di spiegare) fornisco proprio questa soluzione: applicare una sola correzione che le comprenda tutte e due, con un’equazione del tempo “localizzata” (ottenuta traslando l’asse di riferimento), per effettuare una sola somma o una sola sottrazione, invece di due in sequenza.
    Di che si scandalizza il nostro dottore? Gli sembra forse troppo semplice?
  7. Quindi il tono si addolcisce per un attimo, per fortuna, quando il nostro mi accusa di un peccato veniale: secondo lui, e qui posso dargli ragione, non è corretto parlare di “Meridiana di San Cristoforo”, ma sarebbe meglio parlare di “Orologi solari di San Cristoforo”.
    Non tanto per l’uso del singolare, visto che gli orologi sono due, quanto per il significato della parola meridiana.
    È talmente vero che io per primo, anche se lui non lo sa, me ne preoccupai quando nel più volte citato articolo, che nuovamente lo invito a procurarsi ed a leggere, iniziai proprio con questa premessa: “Il termine meridiana è improprio: comunemente quando si parla di meridiana si vuole indicare l’opera nel suo complesso, vale a dire l’intero orologio solare. In realtà la meridiana propriamente detta costituisce solo una parte dello schema: la linea meridiana è una retta tracciata sul piano dell’orologio, la cui funzione è solo quella di segnare il transito del Sole sul meridiano del luogo, cioè l’istante del mezzogiorno solare locale (ciò spiega l’etimologia, da meridies=mezzogiorno). Paradossalmente, però, a San Cristoforo è del tutto assente proprio la linea meridiana!
    Poi concludevo così: “In ogni modo ci adegueremo al linguaggio popolare e chiameremo anche noi queste opere meridiane”.
    A questo proposito, vorrei fargli notare, dato che probabilmente non ci avrà fatto caso, che nel cartello su cui tanto puntigliosamente egli si è soffermato, la dicitura principale è scritta “Meridiana di San Cristoforo”, con la parola “Meridiana” in corsivo, a voler indicare la dichiarata improprietà del termine, improprietà però normalmente tollerata ed usata anche dai più preparati gnomonisti, figuriamoci dal pubblico e dalla gente comune!
  8. Infine vorrei tranquillizzare il mio accusatore, e quanti si fossero preoccupati delle sue insinuazioni finali: il rilievo della superficie della parete, rilievo ovviamente preliminare al restauro, ha rivelato un’inclinazione verticale “media” di 0°, cioè una parete “mediamente” verticale, nel senso che la superficie non è, come si può immaginare, perfettamente liscia e piana come uno specchio, ma quasi; e che la declinazione orientale di 2.6° (non due gradi e sei primi, dottore, come ella ha scritto, ma due gradi e sei decimi, o, se preferisce, due gradi e trentasei primi) è stata presa da due persone diverse, con due strumenti diversi (declinometri), in punti diversi, in tempi diversi, ed ogni volta ha fornito lo stesso valore!
    Un caso? Forse.
    Comunque l’approssimazione al decimo di grado è garantita, e non vorrà venirmi a dire che è insufficiente…!

 

In conclusione vorrei invitare il nostro medico a rivedere i suoi giudizi frettolosi e ad evitare in futuro l’aggressività dimostrata stavolta.

Inoltre spero di incontrarlo ai prossimi Seminari nazionali di Gnomonica (non sentendomi io qualificato a partecipare a quelli di otorinolaringoiatria o di chirurgia estetica!): nelle precedenti edizioni non ho avuto il piacere d’incontrarlo, anche se sono sicuro ch’egli fosse presente: perbacco, un cultore ed esperto come lui!…

Distinti saluti

Antonio Giorgi Architetto