Progettazione e Realizzazione di Orologi Solari


Esempi

Orologio a Spinétoli

Ascoli Piceno

La meridiana di Spinetoli, appena ripristinata, occhieggia dal centro della facciata della villa
Nell’ottobre 2005 fummo contattati dal responsabile di un’impresa di restauri e decorazioni, già nostro collaboratore, che ci invitava a fornire una consulenza per il ripristino di un’antica meridiana collocata sulla facciata di una villa settecentesca a Spinetoli (AP). Accettata con interesse la proposta, ci recammo sul posto a prendere visione dello stato di fatto.

La villa sorge lungo la via Salaria, tre ettometri ad ovest del bivio per il paese, a pochi chilometri dal mare Adriatico, in posizione panoramica sui dolci pendii delle colline che fiancheggiano a nord la vallata del Tronto, al centro di una vasta tenuta coltivata a vigneti; la villa stessa infatti è sede di una rinomata azienda vitivinicola nota nella zona ed è abitazione del proprietario (un nobile illuminato, è il caso di dire).

Come si presentava l’orologio prima dell’intervento: qui vediamo la parte superiore, quella meglio conservata
Il nostro orologio sorge al centro dell’elegante e simmetrica facciata dell’edificio che, rivolta a sud-est, guarda la vallata: è costituito da una cornice tonda in laterizio, un occhio, con all’interno il quadrante intonacato dal fondo bianco da cui spicca un semplice stilo ortogonale.

Dopo una breve chiacchierata preliminare col restauratore e col proprietario (tra l’altro simpatica persona), siamo saliti sul ponteggio allestito per i lavori, e, trovatici al cospetto del manufatto, ne abbiamo potuto facilmente verificare le condizioni da vicino: la superficie del quadrante, all’interno della cornice circolare in mattoni sagomati, nonostante la veneranda età (circa due secoli, facendolo risalire alla fine del Settecento, come avevamo stimato e come sostanzialmente ci era stato confermato), si presentava tutto sommato in buone condizioni (fig. 2), stabile per quanto riguardava la consistenza dell’intonaco, a parte qualche rigonfiamento (con un paio di zone che suonavano a vuoto) e minimi distacchi.

Ancora visibili i solchi delle linee orizzontale ed equinoziale, che s’incrociano con quella delle 6 (qui non visibile, fuori della foto, sulla destra); ben leggibile anche il numero dell’ora
Sulla superficie dell’intonaco erano ancora visibili con chiarezza le linee di costruzione dell’orologio, sotto forma di solchi incisi attraverso il quadrante, quando l’intonaco appena steso doveva essere ancora fresco.

Le tracce sono quelle delle caratteristiche linee di costruzione, tipiche di un orologio come questo: una linea verticale mediana (dunque un diametro), tirata unicamente per segnare il “centro” dell’orologio, l’asse lungo il quale inserire lo stilo (asse che quindi non va confuso con la meridiana, scostata rispetto alla mediana, vista la declinazione del quadrante).

Trasversalmente una linea orizzontale, spostata in alto rispetto al centro geometrico dell’occhio, che naturalmente costituisce la linea dell’orizzonte sulla quale trova posto la base dell’ortostilo (vista la verticalità del quadrante), sebbene con una minima imprecisione, come si dirà più avanti.

Infine, obliquamente, la linea equinoziale, che in un orologio, come vedremo, ad ore locali come il nostro, incontra l’orizzontale insieme alla linea oraria delle 6 (fig. 3).

Le discrete condizioni dell’intonaco purtroppo non si ritrovavano altrettanto buone nella pittura.

Gran parte del tracciato orario era ormai irrimediabilmente svanita, a causa dell’esposizione secolare all’inclemenza del tempo, sia meteorologico sia cronologico (non sappiamo se nella sua esistenza l’orologio fosse già stato restaurato o ritoccato, ma ci è sembrato proprio di no…): questa condizione appariva aggravata nella zona inferiore del quadrante, quella meno protetta e più esposta, soprattutto alla pioggia (per quanto tenue possa essere la protezione offerta da pochi centimetri di sporgenza dei mattoni, o dall’aggetto del sovrastante cornicione del tetto, tre metri più in alto…), e che ormai era diventata praticamente bianca, senza più tracce di segni.

La punta a freccia della linea oraria delle 3 (si distingue ancora bene anche il solco di costruzione)
Comunque, nonostante le condizioni descritte, le tracce residue di colore delle linee ed il disegno che da vicino ancora si potevano percepire dimostravano inequivocabilmente che ci trovavamo in presenza di un orologio ad ore francesi, naturalmente locali (e non “del fuso”, se non del proprio), con le linee orarie (solo intere, senza mezz’ore o quarti) terminanti a freccia, come si poteva vedere alle estremità di alcune linee superstiti (fig. 4), ed attraversate diagonalmente (vista la discreta declinazione della facciata) dalla linea equinoziale, come già accennato (fig. 2).

Lungo la cornice, al termine delle frecce, solo tenui tracce di qualche numero, ma solo di quelli più in alto, meglio conservati, come spiegato sopra: quelli delle 6 e delle 7 del mattino, e delle 3 del pomeriggio (quasi invisibile quello delle 2, e solo un’evanescente parte di un 1 delle 11). Inoltre sembrava essere presente un segno d’ariete lungo la linea equinoziale, in alto a sinistra: seppur debolmente, se ne distinguevano ancora le “corna”. Nessuna traccia invece di un’eventuale bilancia, all’altra estremità.

Tutto il resto era andato irrimediabilmente perduto nel tempo.

Lo gnomone, infine, era per fortuna l’elemento che stava meglio di tutti: una semplice asta di ferro tronca e smussata, infissa ancora saldamente nel muro senza problemi manifesti di consistenza o stabilità (fig. 5).

Lo gnomone, per quanto ossidato, appariva in buone condizioni: dopo due secoli ancora saldamente al suo posto
Alla luce di questo esame preliminare concordammo così col restauratore e col proprietario le modalità e le fasi dell’intervento: noi avremmo proceduto al rilievo particolareggiato di ciò che rimaneva dello schema orario, per ricalcolarlo, mentre il restauratore avrebbe proceduto col consolidamento dell’intonaco e con l’esame delle tracce di colore per preparare la nuova pittura del quadrante.

La preparazione dei cartoni per lo spolvero: il disegno viene bucherellato con un chiodino
Le nostre operazioni si sono svolte nell’arco di una mattinata senza particolari problemi (dopo aver, come prima cosa, rilevato le coordinate geografiche del luogo: 42°52'52" N, 13°47'03" E).

Durante il rilievo, come spesso accade in questi casi, prendendoci cura di un tale “paziente” così direttamente, così da vicino, toccando davvero con mano il lavoro di un ignoto nostro collega di oltre due secoli fa, ci siamo sentiti coinvolti anche emotivamente, ed investiti di una doppia responsabilità, sia dal punto di vista tecnico sia umano.

Svolgendo il rilievo, infatti, immaginavamo come simili operazioni, ma al contrario, potessero essere state svolte dal nostro predecessore all’epoca: egli costruiva schemi, incideva solchi, tracciava linee, dipingeva segni, e noi, duecento anni dopo, ne raccoglievamo la testimonianza ripercorrendone l’opera, saggiandone la perizia, misurando quelle linee, sfiorando con le dita quei solchi, ricalcando quei segni.

Comunque sia, per quanto romantico possa essere il sapore di questi interventi, non perdevamo certo di vista lo scopo del nostro lavoro ed il rigore da mantenere nelle operazioni, e così, ad esempio, rilevavamo anche delle inesattezze esecutive evidenti (ma perdonabili, per carità, non sapendo oltretutto in che condizioni avesse lavorato il nostro autore), come la già citata non coincidenza della base dell’ortostilo con la linea dell’orizzonte, pur essendo verticale la parete (ma parliamo di mezzo centimetro per uno gnomone di neanche tre decimetri), come anche ne avremmo rilevate in seguito, dopo il ricalcolo dello schema.

Il pittore esegue lo spolvero, battendo con un tampone di polvere nera sul cartone forato per trasferirne il disegno sul muro (si può anche vedere come lo gnomone sia intanto stato trattato con un prodotto antiruggine)
Procedendo col rilievo, dopo aver innanzitutto misurato l’orientamento del quadrante (inclinazione=0°, declinazione=28.4° E), abbiamo misurato il diametro dello stesso (139 cm), quindi abbiamo esaminato lo gnomone.

Si tratta di un ortostilo del diametro di 11 mm e sporgente 277 mm dal piano dell’orologio, col bordo all’estremità smussato, non sappiamo se originariamente o a causa dell’usura del tempo; la superficie dell’asta, fortemente ossidata, si presentava tuttavia uniforme ed integra (fig. 5).

Alla base, nel punto d’inserimento nel muro, la superficie circostante dell’intonaco per alcuni centimetri tutt’intorno mancava, essendosi sfaldata nel corso delle epoche ed il foro stesso tra i mattoni della parete appariva sbreccato. Purtuttavia, come detto, la stabilità e la robustezza dello gnomone erano tutt’altro che compromesse e così non abbiamo avuto dubbi sul mantenerlo in posizione così com’era.

Non abbiamo comunque potuto fare a meno di rilevare che la sua posizione risultava diversa da quella che doveva essere nelle intenzioni del suo autore: come già accennato, in riferimento alla linea d’orizzonte lo gnomone non risultava infisso esattamente su di essa col proprio asse (visto che parliamo di un cilindro), ma le era per così dire tangente con la propria sezione, cioè, in sostanza risultava abbassato di mezzo centimetro, trovandosi così sotto alla linea, che sfiorava; inoltre lo gnomone, nelle intenzioni dell’autore ortogonale al quadrante, in realtà non era proprio tale: forse non lo era mai stato, o forse non lo era più, fatto sta che visto frontalmente, in proiezione ortogonale sul piano dell’orologio, appariva sensibilmente deviato verso ovest, con la punta circa tre millimetri più a sinistra della direzione di perpendicolarità; niente di così grave, comunque (anche perché avevamo pronta la soluzione)!

L’individuazione del corretto allineamento tra lo stilo, per quanto storto, e lo schema orario (le linee che si intravedono sono quella delle 9 e quella delle 10)
Dunque, al termine delle operazioni di rilievo, avevamo acquisito tutti i dati necessari a procedere: le linee orarie, il loro orientamento, la loro lunghezza, lo spessore, il disegno delle frecce, la linea equinoziale, i numeri, i segni, le imprecisioni, gli “acciacchi” dell’orologio.

In effetti qualcosa però mancava, ed erano, come detto, i numeri centrali, dalle 8 antimeridiane alle 2 pomeridiane: senza nessuna traccia non abbiamo potuto far altro che ricostruirne l’aspetto sulla base di supposizioni e naturalmente rifacendoci comunque allo stile dei numeri presenti.

Con queste informazioni abbiamo così ricalcolato lo schema orario.

Accennavamo poc’anzi ad una soluzione adottata per risolvere il problema dell’ortostilo “storto” senza manomettere quest’ultimo.

La piastrella in maiolica con l’equazione del tempo localizzata, per correggere l’ora vera locale in ora media del fuso, cioè la comune ora civile che usiamo normalmente
Essendo il punto focale, cioè il vero e proprio gnomone (l’elemento indicatore), di un simile orologio (cioè con stilo non polare) costituito non già da tutta l’asta, ma solo dalla sua estremità, dalla punta (per quanto deviata), a questa in ogni caso ci saremmo dovuti riferire: perciò è bastato proiettarla sul quadro per individuare la base dell’ortostilo corretto, immaginando cioè di raddrizzare l’asta tenendo ferma la punta e facendo slittare la base, anziché il contrario (fig. 8).

In questo modo, individuata la base dell’ortostilo coerente con la punta, abbiamo individuato anche il piede dell’ipotetico stilo polare equivalente, cioè la proiezione del suo punto gnomonico sul quadro: da lì abbiamo potuto tracciare lo sviluppo del sottostilo e così risalire alla base dell’assostilo, al punto eclittico, e quindi al “centro” dell’orologio, dove tutte le linee orarie convergono, potendo così allineare correttamente lo schema orario sul quadrante in relazione alla posizione, fissa, dello gnomone, cioè dell’estremità dell’ortostilo.

L’orologio ripristinato
Ricostruito così lo schema orario corretto, l’abbiamo confrontato con quello esistente: le differenze, benché minime (uno o due centimetri alle estremità delle linee ancora visibili, o un paio di gradi di divergenza), c’erano ed erano emerse, senza volercene vantare, grazie alla grande accuratezza del nostro rilievo, sia per quanto riguarda le coordinate geografiche del posto, sia riguardo all’orientamento del quadrante, alla posizione e alle misure dello stilo, e sia grazie alla rigorosa precisione degli algoritmi di calcolo usati, implementati nel nostro programma Phoebus.

Considerando perciò che lo schema originale era sostanzialmente perso del tutto e che quelle due o tre linee ancora percepibili differivano di pochissimo da quelle corrette del nostro schema, abbiamo proceduto a cuor leggero col ripristino del quadrante dando il via libera al restauratore che, nel frattempo, consolidato l’intonaco e raccolti i campioni di colore, era pronto a dipingere l’orologio rinnovato.

Stampato su carta il disegno dello schema orario e datolo al pittore, questi ne ha predisposto il trasferimento sul muro secondo la classica tecnica dello spolvero, in cui, com’è noto, prima si forano con un chiodino i bordi ed i profili delle linee e delle scritte presenti nel disegno (fig. 6), e poi, poggiato questo sul muro, ci si batte sopra un tampone pieno di polvere nera (fig. 7): una volta rimosso il foglio col disegno, rimangono sul muro le tracce puntinate dello schema, che quindi si completa con la matita, pronto per essere finalmente dipinto.

Così, sull’intonaco risanato e col fondo preparato e dipinto di bianco aria (un bianco appena appena velato di celeste), il restauratore ha riprodotto le linee orarie dell’orologio, i numeri, la linea equinoziale ed i due simboli dell’ariete e della bilancia.

Per le linee orarie, i numeri ed i simboli il colore adottato è stato il nero, perché così, dai campioni di colore, appariva che fossero in origine; la linea equinoziale, invece, o ciò che ne rimaneva, faceva pensare ad un nero più chiaro, ad un grigio, o forse ad un blu, e così, per distinguerla anche cromaticamente dalle linee orarie, l’abbiamo tracciata di questo colore.

Al termine la pittura è stata trattata con un prodotto protettivo per preservarla meglio per il futuro (fig. 10).

Lo gnomone, infine, è stato pulito, trattato con un prodotto antiruggine (fig. 7) e riverniciato con uno smalto neutro.

SCHEDA TECNICA
Luogo Latitudine: 42°52'51.7" N
Longitudine: 13°47'03.1" E
Quadro Inclinazione: (verticale)
Declinazione: 28.4° E (sud-orientale)
Diametro interno cornice: 139 cm
Gnomone Tipologia: stilo normale
Lunghezza stilo: 277 mm (Ø 11 mm)
Funzioni
  • Orologio ad ore moderne vere locali
  • Equazione del tempo localizzata
Anno 2005
Come elemento accessorio, ma non per questo privo d’importanza, abbiamo infine corredato l’orologio con l’equazione del tempo.

Essendo infatti, come detto sopra, il nostro un orologio ad ore vere locali, cioè segnando per sua natura la genuina ora solare, e differendo questa dalla comune ora civile alla quale siamo più abituati, ci è sembrato utile aiutare l’osservatore a ricavare l’ora che meglio conosce, leggendo l’ora solare segnata sull’orologio dall’ombra dello gnomone, e poi correggendola di quel tanto richiesto.

Perciò abbiamo realizzato una semplice piastrella in maiolica con su tracciato il grafico dell’equazione del tempo e poche righe di spiegazioni sul suo utilizzo (fig. 9), da murare sulla parete, sotto all’orologio (non essendo questo dotato dell’equazione e non potendo certo concepire di dipingerla all’interno del quadrante stesso!).

Unica particolarità da sottolineare è quella per cui il disegno del grafico è una variante localizzata dell’equazione classica, universale, tracciato cioè in modo da contenere in sé entrambe le correzioni necessarie: una naturalmente rappresentata dalla forma stessa della curva, che costituisce la correzione per ottenere le ore medie dalle ore vere, e l’altra per ottenere le ore del fuso (quello etneo, per l’Italia e l’Europa centrale) da quelle locali, ottenuta semplicemente traslando il grafico (alzandolo, trovandoci ad ovest dell’Etna) rispetto all’asse neutro.

Così al termine dei lavori, durati solo pochi giorni, la villa ha finalmente riavuto il suo orologio, che dopo essere svanito nel nulla poco a poco attraverso decenni e decenni di esposizione alle intemperie, ha ritrovato il suo vigore, potendo d’ora in poi riprendere a svolgere il suo silenzioso compito tra le vigne e le colline a pochi passi dal mare (fig. 1).

A·R·S L·O·N·G·A V·I·T·A B·R·E·V·I·S